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Il modulo 4-3-3

Viaggio nello schema di gioco di cui Zeman fu primo maestro: basato su rapidità e ripetitività, ecco un modulo in cui il tutto supera la somma delle singole parti. Lo sa bene la Roma di Garcia

Tagli e sovrapposizioni. Tenete a mente queste due parole: sono le chiavi per aprire lo scrigno dei segreti del 4-3-3 in fase offensiva. Un solo uomo al comando per quanto riguarda l’interpretazione d’attacco di questo assetto: Zdenek Zeman, qualcosa di più di un profeta del 4-3-3. Come lui, nessuno mai per quanto riguarda la preparazione della fase offensiva: lo sostiene chi ha lavorato alle sue dipendenze o semplicemente chi lo ha osservato sul campo. Leggenda o verità, i numeri parlano: col boemo, tranne qualche rarissima eccezione, gli attaccanti si divertono parecchio. Per informazioni, chiedere a Beppe Signori o Gigi Casiraghi, Mirko Vucinic o Ciro Immobile. Ma anche, tra i meno noti, a Fabio Vignaroli: 49 gol totali in carriera, 26 dei quali realizzati in un anno e mezzo con Zeman alla Salernitana. Magari portieri e difensori si divertono un po’ meno, ma questa è un’altra storia. Qui si parla di 4-3-3 in fase offensiva e allora Zeman diventa la stella polare cui fare riferimento nell’analisi del sistema di gioco.
Innanzitutto, la scelta iniziale del 4-3-3 è dovuta al fatto che – come si intuisce dalla semplice lettura dei numeri – si tratta del modulo che offre una copertura più omogenea e spesso più equilibrata del terreno di gioco. In più, se interpretato correttamente a livello di movimenti, è quello che assicura il maggior numero di soluzioni combinate per il portatore di palla: almeno tre passaggi teoricamente sempre disponibili, come raccontò con un disegno diventato celebre anche Josè Mourinho ai tempi del Porto.
La caratteristica imprescindibile per gli interpreti del 4-3-3, o per lo meno di quelli utilizzati sulle catene esterne, è una notevole capacità aerobica: in questo sistema di gioco non ci si ferma mai, per questo è indispensabile saper reggere ritmi costantemente elevati. Ritmi elevati perchè è proprio la velocità di esecuzione ciò che contraddistingue questo tipo di assetto: qui la creatività pura è sacrificata in nome della ripetitività, della standardizzazione dei movimenti. Ognuno ha uno spartito preciso da seguire ed è principalmente la velocità a trasformare un modulo all’apparenza semplice in arma spesso letale per gli avversari. Una concezione che estremizza il primato del collettivo sul singolo: il concetto di fondo è che la squadra non dovrebbe subire ripercussioni dall’assenza di un interprete. Chi subentra è perfettamente in grado di replicare gli stessi movimenti, per quanto poi talento e tecnica individuale marchino una distanza netta tra i singoli e generino in ultima analisi lo standard di rendimento della squadra. Però, se si riavvolge il nastro della storia del calcio, si ritrovano pochi allenatori distaccati dalle richieste di mercato come Zeman: tecnico aziendalista se ce n’è uno, il boemo ha sempre accettato ciò che gli è stato fornito dalle società, cercando di spremere il massimo dall’organico a disposione. E il motivo nasce e si specchia nel 4-3-3: il modulo in cui il tutto, almeno in teoria, supera la somma delle singole parti. Un modulo in questo senso anche di grande sacrificio: non è un caso che Zeman si sia esaltato in realtà medio piccole e abbia spesso fallito l’appuntamento con le grandi piazze. Del resto, solo chi ha fame si presta a un modulo dispendioso come il 4-3-3.

Resistenza e disponibilità al sacrificio sono dunque elementi imprescindibili per tutti gli interpreti, poi in base al ruolo si scorgono tratti più specifici. Gli esterni di difesa dovranno avere gamba e predisposizione alle corse lunghe: saranno infatti chiamati a percorrere tutta la lunghezza del campo parecchie volte a partita. Agli esterni d’attacco si chiederanno invece velocità, brillantezza e, una volta tanto, quel pizzico di fantasia che complessivamente non rappresenta un tratto distintivo del modulo. Per quanto riguarda il centravanti, si cercano solitamente elementi di peso, in grado di lavorare spalle alla porta, proteggere il pallone permettere alla squadra di salire compatta.
Ora veniamo a movimenti e sviluppi di gioco. Per una volta, a prevalere sono i lati esterni del campo: è lì che la manovra del 4-3-3 fiorisce rigogliosa. Rispetto ad altri sistemi più centralizzati, con uno sviluppo di manovra basato sulla dorsale difensore centrale – regista – centravanti, qui il ruolo di protagonista tocca a quelle che Zeman chiamava “terziglie”: le catene formate da difensore esterno, mezzala e attaccante di fascia. Il continuo interscambio di ruoli, specie attraverso sovrapposizioni esterne, che avviene tra i componenti della “terziglia” è il modo classico in cui nel 4-3-3 si cerca di creare superiorità numerica: pochi dribbling, poca creatività, ma molto atletismo. Una sorta di staffetta continua, che specie ai terzini impone un lavoro massacrante ma fondamentale per garantire ampiezza alla squadra. Gli esterni difensivi del 4-3-3 sono maratoneti da 15 km a partita, metro più metro meno, e le loro sovrapposizioni incessanti sono il manifesto programmatico di un modulo in cui i primi attaccanti sono i difensori. E il regista? Il perno del centrocampo, fedele alla filosofia complessiva del sistema, dovrà essere innanzitutto un esecutore dello spartito. Il compito essenziale è quello di ribaltare il lato di gioco quando una fascia risulta intasata o comunque difficile da aggredire. Certo, avere in quel ruolo Pirlo o un onesto manovale del pallone fa tutta la differenza del mondo, ma la standardizzazione dei compiti e dei movimenti del resto della squadra è pensata apposta per semplificare anche il lavoro di chi dirige le operazioni a metà campo. L’azione base del 4-3-3 nasce palla a terra, con la consegna del pallone dal portiere a uno dei due centrali difensivi, che si allargano subito in modo da dividersi il campo. Contestualmente il mediano può (obbligatoriamente nell’interpretazione di Guardiola, non necessariamente per altri) abbassarsi tra i centrali di retroguardia per l’impostazione, mentre i due terzini salgono (almeno) a livello dei centrocampisti. La giocata tipica è: palla al terzino, verticalizzazione per la punta esterna, scarico per il mediano e cambio di fronte. Nel momento dello scarico al mediano, sull’altro lato del campo l’attaccante esterno comincia il suo movimento: taglio verso il centro, davanti o alle spalle del difensore avversario. Se l’azione è eseguita con tempi e passaggi giusti, l’attaccante potrebbe già, dopo solo tre o quattro passaggi, trovarsi davanti alla porta avversaria. Per aggiungere imprevedibilità e soluzioni alternative, il centravanti attacca la porta mentre i due centrocampisti interni hanno movimenti diversi: quello sul lato debole si butta dentro l’area per chiudere l’azione, mentre quello sul lato del pallone potrà offrire un’ulteriore soluzione di gioco allargandosi in sovrapposizione all’attaccante che ha ricevuto palla.


Il 4-3-3 della Roma di Garcia

Tipicamente, dunque, nel 4-3-3 il gioco comincia da una fascia e finisce sull’altra, in una sorta di teorica diagonale: se comincia il terzino destro, finisce l’attaccante di sinistra e viceversa. Ma non è tutto, altrimenti sarebbe facile disinnescare il sistema. La presenza di tre punti di riferimento praticamente fissi oltre la linea della palla assicura più di un’uscita dalla propria zona difensiva. La prima alternativa, quando la verticale terzino – attaccante esterno risulta impraticabile, è quella di cercare l’appoggio sulla prima punta. In questo caso, si innesca un movimento a catena che coinvolge punta centrale, attaccante esterno e mezzala in una rotazione quasi simultanea di ruoli: mentre l’attaccante viene incontro per ricevere il pallone dai difensori, lavorando spalle alla porta, gli altri giocatori si muoveranno in modo da ricomporre i vertici del triangolo.
La mezzala si allargherà dunque in sovrapposizione, andando a coprire la zona dell’attaccante esterno, che da parte sua si muoverà al centro dell’attacco, sulle zolle lasciate libere dal centravanti. In questo modo, il triangolo di partenza mezzala – attaccante esterno – centravanti verrà immediatamente ricreato, per quanto con gli interpreti sistemati in posizioni diverse. Del resto, nel 4-3-3 il concetto di ruolo diventa più rarefatto: il Barcellona di Guardiola, per esempio, venne definito “squadra liquida” per la sua capacità di ruotare vorticosamente le posizioni degli interpreti, pur mantenendo sempre spaziature corrette tra i singoli e una copertura omogenea del terreno di gioco. Un’idea che si fa pratica quando nel corso di un’azione il terzino, dopo aver verticalizzato, sovrappone sull’attaccante esterno per andare a ricevere una sponda o un passaggio filtrante. In questo caso, nel corso della stessa azione, il difensore esterno diventa uomo più avanzato della squadra.
E i tagli? Quelli devono essere il pane quotidiano degli attaccanti esterni. Per risultare davvero pericolosi e aprirsi la strada verso la porta avversaria, dovranno muoversi con tempistica sincronizzata al movimento e ai passaggi degli altri compagni. L’obiettivo è sorprendere sempre il diretto avversario, muovendosi davanti o alle sue spalle per andare a ricevere il passaggio del compagno. Il taglio davanti al difensore si effettuerà preferibilmente sui tocchi filtranti o sui cambi di fronte profondi. Il taglio alle spalle è invece l’ideale sulle imbucate o sui cambi campo più ampi. Taglio davanti al difensore significa che con ogni probabilità ci si prepara alla conclusione, mentre col taglio dietro – per il semplice fatto che richiede più campo e riduce lo spazio di manovra – ci si avvicina generalmente di più alla linea di fondo e ci si può predisporre anche al cross o all’assist apri-porta per il centravanti.
Senza egoismi, come impone il modulo con la sua filosofia di base: le parti per il tutto, il singolo al servizio del collettivo. Senza il movimento coordinato di tutta la squadra, anche dei componenti apparentemente meno coinvolti dall’azione contingente, il 4-3-3 è un meccanismo di gioco facilmente leggibile. Ma quando “suonato” da un’orchestra in armonia, i guai sono tutti per gli avversari.

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Sostenitori vs detrattori
Quando si innesca il meccanismo offensivo, col tridente in azione, sono dolori per tutti. E’ questa la vera forza motrice che riesce a sprigionare il 4-3-3 in fase di possesso palla, soprattutto quando si aggredisce la metà campo avversaria. Sarà per questo che il padre putativo di questo modulo, il “santone” Zdenek Zeman, è diventato un riferimento: non è un mistero che le sue squadre hanno sempre corso un’infinità di rischi ma anche prodotto molto e segnato tantissimo. La fase offensiva è la vera chiave di tale assetto che, se applicato al meglio nei meccanismi e col pallino del gioco in pugno, riesce a regalare spettacolo, mettere in grande difficoltà l’avversario fino a ottenere risultati importanti.

MASSIMO DRAGO
Massimo Drago, 43 anni, allena ininterrotamente nella sua Crotone dal 2005. Ha cominciato nei Giovanissimi, è stato collaboratore tecnico e quindi vice per poi assumere la guida della squadra maggiore.
La vera forza del 4-3-3 può considerarsi la fase offensiva?
“Sicuramente, e non è un luogo comune dirlo. E’ chiaro che nell’impostazione del gioco si può vedere tutta l’efficacia. Io cerco soprattutto il taglio degli esterni e l’inserimento delle mezze ali. A me interessa variare, per esempio nel 4-2-3-1 che mi piace particolarmente: in quel caso cambiano gli automatisti. La differenza sta nel trequartista che può far mutare certi meccanismi in un assetto comunque spiccatamente offensivo. Dipende sempre dalla qualità dei giocatori e in particolare dalla capacità d’inserimento dei singoli, soprattutto sulla trequarti”.
E’ un modulo il 4-3-3 che sa esaltare meglio nella fase di possesso palla?
“La fase di possesso è fondamentale per creare delle situazioni dove si possa avere il vantaggio sul campo. La chiave è proprio la superiorità numerica sugli esterni, con le sovrapposizioni interne oltre che sulle fasce. I terzini che salgono, senza scoprirsi eccessivamente, sono una risorsa aggiuntiva”.
Quali limiti ritiene che vi siano nell’applicazione di questo modulo?
“Potrebbero esserci problemi, e la squadra può andare in sofferenza, se hai due attaccanti esterni che nella fase di non possesso non scalano e quindi non aiutano in copertura. E’ richiesto il sacrificio in fase di ripiegamento. Quando hai la palla, è normale che sia una loro vocazione attraccare, ma poi è altrettanto importante scalare. Qando abbiamo la palla si cerca l’uno contro uno, senza mai andare incontro al compagno per tentare invece di allungare sull’avversario”.
Quale reputa il valore aggiunto del 4-3-3?
“La possibilità di creare in più zone del campo la superiorità numerica. Io schiero i giocatori a piede invertito, così con la sovrapposizione posso giocarmi l’uno contro uno col mio giocatore che può far leva sul piede forte”.
L’antidoto più efficace che fronteggiando il 4-3-3 può essere applicato da un avversario?
“Non esistono formule. Io penso ai problemi che posso arrecare agli avversari con i cambi di gioco e le sovrapposizioni. Si possono avere dei problemi se non hai gli esterni alti disposti a dare una mano nel contenimento”.

WALTER NOVELLINO

Walter Alfredo Novellino, 60 anni, guida il Modena in Serie B dopo una lunga carriera cominciata nel 1990 nelle giovanili del Perugia.
Come si regola un allenatore quando si trova di fronte a un attacco a tre?
“Nella fase difensiva si ricorre sempre all’uno contro uno, e due contro uno centralmente. Diventa prioritario chiudere sulle loro giocate e sui tagli che vengono dentro. Bisogna evitare di far uscire la palla sugli esterni. Mai dare la superiorità e la possibilità di scattare per cercare la profondità e l’ampiezza del campo”.
Quali sono gli svantaggi nell’attaccare col tridente?
“Chi lo applica insiste molto sulla giocata alla pari o la superiorità numerica. E’ evidente che bisogna essere attenti e bravi a non cadere in quel tipo di automatismi che prevedono l’allargamento del gioco, dal centro agli esterni. Poi bisogna fare un distunguo: un conto è il tridente di Zeman, che costringe sempre a prestare la massima attenzione sui tagli. Nella corsa, il sistema di Zeman può mettere in difficoltà chiunque. Ci sono poi delle formule diverse con il tridente che in realtà agisce con l’uomo dentro la linea. Fino ad arrivare al sistema mascherato perché si gioca molto dietro la linea della palla privilegiando le ripartenze. In quel caso, e succede spesso, è un 4-5-1 più che un 4-3-3”.
Il 4-3-3 ha più vantaggi o limiti?
“Garantisce maggiore copertura del campo. Dipende poi tutto dai giocatori di qualità che sanno saltare l’uomo. Il limite maggiore è quello di rimanere molto larghi facendo fatica negli inserimenti. Se non si applica bene, finisce per ridurre drasticamente l’efficacia”.
Non è affollata la scuola degli allenatori che attuano il 4-3-3: secondo le perchè?
“Perchè alla resa dei conti il 4-3-3 è in realtà un 4-5-1. Perciò ho fatto un esplicito riferimento a Zeman che l’attua da sempre non guardando particolarmente la fase difensiva. Si punta in questo caso sul ritmo e le giocate. Per una squadra diviene un’arma a doppio taglio, perché bisogna vedere come si attrezza chi l’aspetta”.
In qualche caso il 4-3-3 è il sistema più indicato?
“Per la mia esperienza rimane il 4-4-2 il modulo più equilibrato. L’equilibrio è il fondamento di ogni sistema di gioco. Il 4-3-3 va fatto molto bene, altrimenti è penalizzante”.

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