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Il posizionamento su retropassaggio

Negli ultimi 25 anni il ruolo dell'estremo difensore è mutato notevolmente, divenendo molto più attivo e importante nella costruzione di gioco con tutta la squadra

Il 1992 è stato un anno che ha segnato una svolta epocale nel ruolo del portiere di calcio. In quell’ anno infatti verrà apportata una modifica al regolamento che impedirà al portiere di prendere il pallone con le mani se trasmesso da un proprio compagno, ad eccezione di una trasmissione avvenuta con coscia, petto, testa e su rimessa laterale. Nel 1997 una nuova modifica eliminerà la possibilità di ricevere il pallone con le mani anche su passaggio effettuato direttamente su rimessa laterale. Dal 1992 in poi il ruolo del portiere cambia, cambiano le competenze richieste: il portiere deve iniziare a giocare con i piedi, cosa che fino a quel momento era considerata estremamente marginale. Ne consegue che anche la programmazione e la progettazione del lavoro dell’allenatore dei portieri deve necessariamente evolversi. Dal 1992 a oggi il processo di crescita e l’acquisizione delle abilità podalica ha inevitabilmente avuto una crescita graduale. Si è passato dal “calcione” necessario per allontanare il pallone il più possibile dalla porta, alla vera e propria partecipazione alla costruzione di gioco dal basso, senza dimenticare la partecipazione sia alla fase offensiva che alla fase difensiva.
La tendenza degli ultimi anni è stata quella di cercare di effettuare il retropassaggio fuori dallo “specchio della porta” per evitare che un eventuale errore del portiere con i piedi si concludesse con un gol segnato dagli avversari. Questa sicuramente è stata una scelta intelligente e funzionale. Ma è sempre opportuno nel calcio di oggi trasmettere al portiere il pallone fuori dallo specchio della porta? Io credo di no. Presupponendo l’acquisizione di maggior abilità attraverso un lavoro specifico individuale e collettivo e dando per assunta la partecipazione del portiere al gioco utilizzando i piedi, sia in fase offensiva che difensiva, su retropassaggio e fuori dall’area di rigore, ritengo che in alcune situazioni di gioco sia opportuno e più produttivo trasmettere il pallone sia nella zona centrale della porta sia su un movimento del portiere che tende ad “allargarsi” per dettare il passaggio. Ritengo che questa scelta debba essere fatta sempre in sicurezza e in assenza di un’azione di pressione o di pressing della squadra avversaria (si veda la foto relativa al caso di Buffon nella dell’Italia contro la Germania a Euro 2016). In caso contrario il portiere deve ricevere il pallone fuori lo “specchio” della porta. Questa considerazione nasce dal fatto che osservando le dinamiche del gioco il portiere deve partecipare in modo attivo a tutte le situazioni di gioco, partecipare alla creazione della superiorità numerica in alcune zone del campo e deve dare sostegno ai compagni in difficoltà nella gestione del pallone.
Questa mia osservazione ha in sé la convinzione che le caratteristiche del portiere che si allena e l’idea di gioco dell’allenatore in prima siano determinanti per la scelta tecnico-tattica funzionale a una gara, fermo restando che una programmazione di lavoro per il portiere volta al miglioramento delle abilità podaliche è indispensabile. In tutto questo contesto sono convinto che il ruolo e il compito dell’allenatore dei portieri sia quello di analizzare attentamente le caratteristiche del portiere che allena. Qualora le sue abilità complessive siano ritenute valide, porre all’attenzione dello staff e soprattutto dell’allenatore in prima la possibilità di inserire il portiere nel contesto di gioco con i piedi sia nella fase offensiva che nella fase difensiva. Questo ritengo possa contribuire in modo concreto al progetto di gioco.

Per riassumere quanto detto in uno schema, l’allenatore dei portieri dovrebbe:
1 • Verificare attentamente le abilità podaliche del portiere che allena;
2 • Verificare le competenze tattiche;
3 • Avere competenze tattiche per sviluppare lavori funzionali all’idea ed al progetto di gioco dell’allenatore in prima;
4 • Sviluppare e programmare un progetto di lavoro adeguato al portiere, che tenga conto delle esigenze dell’allenatore e delle competenze del portiere;
5 • Strutturare un programma di lavoro in collaborazione con lo staff per allenare sia il portiere individualmente che collettivamente con i propri compagni di squadra, e maggiormente con tutto il reparto difensivo.
La mia volontà è quella di continuare a osservare e studiare questo magnifico ruolo e questo bellissimo sport. Solo e unicamente grazie alla curiosità e alla continua voglia di “sapere” e di condividere con i colleghi, credo, sia possibile migliorare e crescere.


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