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Un sogno infinito chiamato calcio

Giulia Morosi indossa l'8 da sempre, quello che più si addice a un centrocampista e simbolo dell'infinito. Tifa Juve e si ispira a Pogba. E spera che il calcio diventi un giorno la sua vita

Ha scelto il numero 8 fin da quando giocava con i maschi. Perché è quello che più si addice a un centrocampista, soprattutto nel calcio romantico di una volta, e perché l’8 è il simbolo dell’infinito. E infiniti sono i sogni di Giulia Morosi, 18 anni da compiere il prossimo 22 febbraio, figlia (unica) di una famiglia in cui la luce la fa da protagonista. La mamma è impiegata in un’azienda che si occupa di elettricità, il papà è proprio elettricista, la loro vita è in funzione di Giulia, dei suoi sogni, dei suoi obiettivi e della sua quotidianità. Il calcio – dopo i 4 anni all’Inter è a Como da una stagione -, gli studi in ragioneria, le vacanze tutti insieme e i tatuaggi. Al plurale, perché chissà se ne verranno altri, ma sarebbe più giusto al singolare perché da poco la ragazza si è fatta il primo. E sarà lei a raccontare quale, nel corso di quest’intervista. Nessuno pensi, per ora, a frasi di canzoni o disegni floreali. La frase c’è, ma ha un significato ben preciso. Per chi se l’è incisa, cioè Giulia, e per chi l’ha pronunciata, cioè Bebe Vio.

Ma andiamo con ordine: come è iniziata la tua carriera?
Ho iniziato giocando con i maschi, nonostante tutti me lo sconsigliassero perché dicevano che mi avrebbero preso in giro. Invece non è mai successo, non so se perché sono stata solo fortunata o magari per il mio carattere o magari ancora perché avevo un po’ di talento e non mi facevo problemi a giocare con loro, a volte anche in modo un po’ duro, senza tirarmi mai indietro. In ogni caso esperienza bellissima. Per me confrontarmi con loro era uno stimolo, non mi sono mai sentita inferiore a nessuno.

Poi il passaggio all’Inter.
Sì, quattro anni importanti, sono cresciuta tecnicamente ma anche come persona. Zanetti ci ha allenato un po’ di volte, mi è servito tanto essere accanto a uno come lui. Che, tra le altre cose, ti mette a tuo agio e non ti fa mai sentire il peso di essere Zanetti. E poi è arrivata la mia prima convocazione in Under 16, anche quella una cosa molto importante per me e la mia famiglia.

Nel 2017 però scegli di andare a Como.
Me lo hanno consigliato per crescere e per consentire di mettermi in gioco con delle ragazze più grandi. La stagione è andata un po’ così, siamo retrocesse in C, ma giocare con calciatrici di 25-26 anni, più esperte e più strutturate fisicamente, mi ha aiutato a crescere.

Hai giocato tanto?
Sono stata sempre titolare, il mister Gerosa ha creduto tanto in me. Nel girone di ritorno ho avuto parecchi infortuni, come una distorsione alla caviglia e un affaticamento al quadricipite proprio nell’ultimo mese, quindi ho faticato e avuto meno continuità.

Parlavi di Nazionale prima.
Il mio grande amore, mi sento in dovere di onorare la maglia azzurra e mi dispiace quando vedo e tocco con mano le differenze che ci sono tra la nostra Nazionale, e un po’ tutto il movimento, e le altre, come ad esempio quella americana. Fa male vedere quanto il calcio femminile in altri Paesi sia più avanti, speriamo di metterci presto in pari.

Che percorso hai fatto?
Tutta l’Under 16 e poi qualche convocazione con l’Under 17. In questa estate, dal 4 all’11 luglio, sono stata a Coverciano per un raduno con tante ragazze che andavano dagli 11 ai 18 anni. Ci hanno allenato la Bertolini, il Ct della prima squadra, Sbardella dell’Under 19 e Nazarena Grilli dell’Under 16. Anche questa un’esperienza formativa importante.

Come sono le tue giornate?
La mattina scuola, il pomeriggio studio, la sera mi alleno e torno a casa. E crollo sul letto. La domenica gioco.

A scuola come va?
Il prossimo anno farò la quarta superiore, studio relazioni internazionali per il marketing, che sarebbe un tipo di ragioneria, a volte fatico perché sono un po’ stanca visto che torno verso mezzanotte la sera. Comunque sono stata promossa con la media del 7, diciamo 7 stiracchiato (ride, ndr), e devo ringraziare tanto mia mamma perché mi aiuta. Ha fatto un percorso simile al mio per fortuna. E poi mi porta a scuola e se fa in tempo mi viene anche a riprendere, altrimenti prendo l’autobus.

Gli allenamenti?
Tre volte a settimana: lunedì, mercoledì e giovedì, dalle 20.30 alle 22.30, tempo che facciamo la doccia e prima di mezzanotte a casa non ci sono. E poi giochiamo la domenica pomeriggio.

Tatuaggi?
Ho fatto da poco il primo e non è stato facile, visto che ho impiegato un anno abbondante per convincere i miei a darmi il permesso. Ho scelto una frase che mi rappresenta e vorrei fosse un po’ quella della mia vita. Oggi e in futuro. “Fatti dire che è impossibile, dimostra che puoi farcela”. è presa da un libro di Bebe Vio che mi è piaciuto tantissimo e ho deciso di tatuarmela all’esterno del braccio destro. Per fortuna i miei genitori, dopo un po’, hanno detto sì.

Che estate hai trascorso?
A casa, con la Nazionale, e poi due settimane in Sardegna con genitori, cugini e amici. A Porto Frailis, sempre lo stesso posto da anni.

Torniamo al calcio: a chi ti ispiri?
Sono juventina, ma chiarisco che non lo dico solo perché ho giocato nella Juventus. Mi ispiro a Pogba perché mi piace e perché una volta all’Inter mi hanno detto che come modo di correre gli somigliavo. Tra le donne mi piace molto Martina Ro succi.

Le tue caratteristiche?
Sono mancina, di piede e di mano, brava tecnicamente con un buon tiro, anche su punizione. Mentre sono meno forte nella corsa.

Se il calcio non  dovesse essere il tuo futuro cosa pensi che farai?
Se non riuscisse a darmi quello che vorrei mi piacerebbe comunque restare nell’ambiente e fare la personal trainer o l’allenatrice. Insomma, qualcosa legato allo sport.

Anche perché lo sport è la tua vita, anche nel tempo libero.
Assolutamente. E anche nel modo di vestire. Jeans e scarpe da ginnastica sono l’ideale per me. I tacchi non li so neanche usare bene.   

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