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Un gesto che vale più di mille parole

Da 10 anni c'è una società, la Deafspqr, il cui unico obiettivo è aiutare il mondo dei sordi a integrarsi e rompere le barriere attraverso il pallone a rimbalzo controllato. E i risultati non sono niente male

Roma, via Appia, strada dove il caos la fa da padrone. Eppure, in un vicoletto sperduto a due passi dal Grande Raccordo Anulare, si aprono le porte di uno dei centri sportivi più silenziosi della capitale. Dove ci si può ritrovare per il calcetto del venerdì sera, ma questa è un’altra storia. La Deafspqr gioca a calcio a 5, e lo fa a modo suo: in silenzio, a gesti, usando la lingua dei segni italiana (LIS, da non confondere con il linguaggio dei segni). Dieci anni fa non la conosceva quasi nessuno. “La squadra dei sordi”, dicevano. Oggi, la Deafspqr è una realtà del calcio dilettantistico, l’unica composta da soli ragazzi non udenti tra le oltre 60mila squadre iscritte ai campionati della Lnd. Dopo anni di Serie D, la scorsa stagione ha conquistato la promozione in C2, dove sta lottando con le unghie e con i denti per centrare la salvezza. E quando si parla di lottare, la Deaf non si tira mai indietro.

L’idea è nata 10 anni per volontà del fondatore Rosario De Caro: “Decisi di unire i tanti ragazzi sordi sparsi in diverse squadre udenti che avevano difficoltà a trovare spazio e comunicare”, racconta con orgoglio. Tra questi c’era anche bomber Dino Scaglione (nella foto a sinistra), nato nel 1980 da genitori sordi, mamma romana e papà calabrese: “Di quelli tosti”, dice Dino di suo padre. Tosto lo è anche lui, visto la strada che ha fatto. È felicemente sposato con Liliana, che quattro anni fa ha dato alla luce due gemellini, Alessio e Luca. Oltre a lavorare per una società di telecomunicazioni come informatico, è anche capitano della Nazionale italiana non udenti, con la quale ha conquistato la medaglia di bronzo nel Mondiale del 2007.
Molti azzurri giocano, ovviamente, nella Deaf. “Che è la nostra seconda pelle – racconta Scaglione – a tal punto che alcuni si sono anche tatuati il logo. Nonostante abbia ricevuto offerte da squadre di C1, ho sempre preferito restare qui, pur sapendo che non sarei mai riuscito a raggiungere i vertici o vincere un campionato”. Dino è il top player della Deaf, cresciuto a pane e pallone. E non poteva essere altrimenti, visto che suo papà ha giocato per tanti in Prima Categoria, lì dove il cuore del calcio pulsa forte. “Ci portava sempre a vedere le sue partite”, ricorda. All’età di 14 anni, Dino conosce il calcio a 5 grazie alla società di suo padre, che nel frattempo era diventato allenatore, ed esordisce subito in prima squadra. Il più piccolo tra i grandi. Silenzioso e taciturno contro i giganti. Dino cresce fin quando, a un torneo estivo, viene notato dagli osservatori della BNL, uno dei club più prestigiosi degli anni ’90. “Entrai a far parte dell’Under 21 – racconta con orgoglio -. Un sogno che si realizzava, anche perché mi allenava Nando Grana (uno dei giocatori più forti della storia del futsal, ndr)”. Poi, nel 2008, l’incontro con Rosario De Caro e un gruppo storico di amici, da cui nasce la Deafspqr: tanti ragazzi non udenti sparsi in tutto il Lazio uniti in un’unica realtà. 

IL RUMORE DELLA VITTORIA
I primi anni sono stati i più difficili. “Le difficoltà che incontravamo sui campi erano le stesse della vita quotidiana – spiega De Caro -. Tanta gente ci discriminava ed era veramente difficile giocare. Molte squadre non accettavano di dover perdere con noi perché ci vedevano inferiori. Non sportivamente, ma come persone. Con le vittorie e il sacrificio, però, ci siamo guadagnati il rispetto”. Parole che fanno eco a quelle di Scaglione: “Gli avversari non conoscevano il mondo dei sordi, non sapevano come comportarsi e tutto l’ambiente si chiedeva addirittura se noi potevamo giocare a calcio. Con il passare degli anni, questo mondo ha compreso che il problema uditivo è superabile con dei piccoli meccanismi che non alterano il normale svolgimento delle partite”. Non potendo sentire il normale fischio dell’arbitro, il direttore di gara usa un fratino che alza o abbassa a seconda delle situazioni di gioco. “Tuttavia – prosegue Dino – ci sono ancora delle piccole realtà che ostacolano la nostra presenza in questi campionati, offendendoci per la nostra disabilità e pensando che siamo tutelati maggiormente rispetto ad altre squadre, ma abbiamo imparato a non rispondere alle pesanti offese, continuando a divertirci e tornare a casa sereni”.

La Deafspqr è una realtà del calcio a 5 laziale. Anche se i risultati non stanno andando di pari passo con quello che accade fuori dal campo, tutto questo non preoccupa la società. Perché qui vincere non è l’unica cosa che conta, anzi. Qui l’obiettivo è aggregare, unire, rompere le barriere, crescere con il pallone a rimbalzo controllato: “Abbiamo dato la possibilità ai ragazzi di integrarsi meglio nella vita sociale e la cosa più bella è vederli parlare nello spogliatoio dopo una dura giornata di lavoro e di silenzio”, racconta De Caro. Sulla pagina Facebook della Deaf c’è di tutto: partite integrali, foto e conferenze stampa pre e post partita in LIS. Così come le esultanze: “Festeggiamo a gesti – dice Scaglione – perché in campo molti di noi non si esprimono bene con la voce o a parole. A volte veniamo fraintesi e l’arbitro ci espelle per offese nei suoi confronti o agli avversari, ma vi assicuro che non è così (ride, ndr)”. Fortuna che, da quest’anno, c’è il dirigente Galassi, l’unico udente della Deaf. “Nei momenti difficili abbiamo pensato di completare la rosa con giocatori udenti – spiega De Caro – ma abbiamo preferito non andare contro la nostra filosofia. È difficile trovare giocatori sordi, lo è ancora di più trovarne bravi. Sta a noi farli crescere”. Nello sport e nella vita, che è il vero obiettivo della Deaf.
Una bella pagina di sport per questi ragazzi, che sono stati anche protagonisti del docufilm “Il rumore della vittoria”. Oltre a loro, altre discipline con disabilità sono salite alla ribalta grazie al mondo del pallone. La scorsa stagione, la Nazionale di ragazzi down si è laureata campione del mondo, mentre quella di pazienti psichiatrici ha partecipato al Mondiale in Giappone, con tanto di libro e documentario “Crazy for Football” che ha vinto il David di Donatello. E se fino a ieri era un rumore, d’ora in avanti sarà un urlo nel silenzio.                                                

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