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Una roccia per i più piccoli

Appesi gli scarpini, e dopo aver allenato squadre di club fino al 2014, il roccioso ex difensore ha scelto di dedicarsi alla scuola calcio che porta il suo nome, la “Savino Soccer” di Torre del Greco. Nella speranza che tanti giovani possano vivere sogni alla Torricelli

Un passato di “marcature strette” sugli avversari e un presente al servizio della crescita agonistica e morale dei più piccoli. Sorriso e cordialità di chi ha fatto mille battaglie e che oggi rappresenta un punto di riferimento per una miriade di bambini che sognano di diventare calciatori come lui. Stiamo parlando di Alberto Savino, il roccioso difensore classe ‘73 che dall’89 al 2011 ha fermato più di un attaccante “grandi firme” grazie al fisico possente e alla grinta che l’ha sempre contraddistinto. Appesi gli scarpini al chiodo, e dopo aver allenato squadre di club, dal 2014 ha scelto di dedicarsi completamente alla scuola calcio che porta il suo nome, la “Savino Soccer” di Torre del Greco. Tra una corsa e l’altra dei suoi giovani allievi abbiamo conosciuto un uomo, un calciatore, che ha fatto dei valori come la lealtà e il sacrificio il fondamento della sua attuale missione.

Una lunga storia d’amore in ogni categoria da calciatore prima e allenatore poi. Qual è stata la cosa più bella che il calcio le ha regalato? “La fiducia in me stesso e grandi gioie, ma per arrivarci non sono mancati i sacrifici. Conquistare la Serie A a 23 anni, passando di categoria in categoria, è stata la più grande soddisfazione”. L’inizio all’Ercolanese in Promozione quando non c’era ancora il campionato di Eccellenza, il salto in Serie D a 16 anni e ad arricchire l’ascesa anche l’esperienza con la Nazionale Dilettanti, guidata dall’ex difensore del Milan Aldo Bet. La Serie C a Torre Annunziata con il Savoia come definitivo trampolino. “La C di quegli anni – racconta Alberto – era un’attuale Serie B. Livello alto, derby importanti, stadi pieni. La consapevolezza di dover percorrere tutta la strada con il massimo impegno era ormai chiara”. La cosa più difficile? “Dover accettare, dopo anni, che non puoi più esprimerti a certi livelli. Magari lo senti dire dagli altri ma tu non ti rendi conto e vorresti esserci sempre. Questa è stata la cosa più difficile da digerire”.

savino citazione

Da Torre Annunziata al Brescia, in B, nel ‘95. Dopo due anni l’esordio con le Rondinelle in A contro l’Inter nel match ricordato per la prima di Ronaldo in Italia e la doppietta di Recoba a rimontare l’iniziale vantag

gio firmato Hubner. Una Serie A da protagonista con primo gol alla Juve. Cosa conserva di quelle stagioni? “Aver fatto parte di gruppi importanti con tecnici come De Canio e altri, dai quali ho imparato tanto. Del gol alla Vecchia signora, realizzato quando indossavo la maglia del Lecce, conservo la speciale dedica a mio suocero – ricorda Savino sorridendo – juventino sfegatato. Un piccolo rammarico, invece, il mancato passaggio alla Lazio perché Corioni mi trattenne a Brescia. Davanti avrei avuto Nesta ma le mie carte, con umiltà, le avrei giocate. Sarebbe stato un ulteriore salto ma va bene così”.

A Lecce, sua seconda casa, Alberto disputa altre tre stagioni in massima serie realizzando 2 gol, entrambi al Milan, squadra con la quale parteciperà nel 2002 a una tournée negli Usa. Dopo i giallorossi pugliesi, per Savino, arrivano anche le maglie di Napoli e Ternana in B. Cos’è cambiato nel calcio italiano di oggi? “A livello di campo tantissimo e negli ultimissimi anni, dopo stagioni di fisicità e scarso appeal, si rivedono giocatori tecnici. Era cambiato in peggio. I calciatori della mia epoca potevano militare tranquillamente tutti 

nella massima serie vista qualche anno fa. A Terni e a Napoli, ad esempio, ho giocato con campioni che anche oggi fatichi a trovare. Per fortuna si scorge una ritrovata competitività, si pensi ai risultati attuali di Lazio e Atalanta. Resto contrario all’invasività dei media e al dominio dell’apparenza sulla sostanza”.

Serie C e D con Matera, Savoia, Gallipoli (con la storica promozione in B). Un “globe trotter” a tutte le latitudini. Cosa ricorda del massimo campionato dilettantistico? “L’aspetto organizzativo di prim’ordine in molte società. Non ci vuole un budget sconsiderato per far bene ma un’organizzazione seria, fatta di persone serie capaci di svolgere il proprio compito. Nei Dilettanti c’è tanta gente appassionata che farebbe bene anche in Serie A”. La Lnd sta investendo molto nella valorizzazione dei giovani calciatori. Da tecnico, quale pensa siano i maggiori punti di forza di questa politica? “Tutti. è una politica ottima, di grande visione. Già da qualche anno, come si vede anche nella Nazionale di Mancini, si è riscoperto il valore della linea verde completata con la vicinanza di giocatori più esperti. Il classico cocktail ben fatto come avviene anche in Serie D”.

Allenare giovani e giovanissimi calciatori è un impegno importante. Quali soddisfazioni sta vivendo? “Le problematiche sono tante ma sono ripagato dalla gioia dei mei ragazzi. Uno dei mali maggiori è l’invadenza dei genitori. Se non si affidano a qualcuno non aiutano i figli. Io con i più piccoli uso il campo più lontano per farli lavorare in pace, liberandoli dalla ricerca continua dello sguardo di mamma o papà. Il faro deve essere il mister, come l’insegnante a scuola. Nelle nostre riunioni parliamo molto con i genitori e dell’importanza del farli giocare per giocare”.

Un suo personale augurio per la Lnd? “Continuare su questa strada sfornando talenti per il calcio italiano e veder realizzati sogni alla Torricelli. Non sono contrario alla presenza degli stranieri ma credo nei nostri giovani e nel futuro che ci sapranno regalare”.                      l

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