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Vincente dentro e fuori dal campo

Amato in tutte le piazze dove si è seduto in panchina, non solo per i tanti importanti successi ottenuti, Carmine Parlato sogna il salto fra i professionisti, ma oggi allena con orgoglio in Serie D

Si resterebbe per ore ad ascoltare Carmine Parlato. Succede così  quando si incontrano persone vere, genuine e vincenti. Vincenti non solo sul campo da gioco ma anche fuori, in mezzo alla gente e vicino a tutti. La sua qualità maggiore è proprio quella di suscitare subito rispetto e stima, dal magazziniere della società fino all’ultimo dei tifosi. I veri tifosi infatti, ti amano a prescindere senza chiederti in cambio nulla. Un giorno il tecnico argentino Marcelo Bielsa, raccontò di aver letto a Siviglia una frase scritta su un muro che recitava: “Ti amo anche se vinci”. All’inizio ebbe difficoltà a comprenderla ma poi, riflettendoci ed entrando in profondità con il pensiero delle persone che incontrava, l’ex ct della Nazionale argentina capì il significato e lo raccontò in una fresca sera d’estate nella sua Rosario: “Quando si crea un legame forte tra società, tecnico e tifosi, i veri tifosi ti amano a prescindere per quello che rappresenti come uomo ed hanno il rifiuto della ricompensa. Non serve una vittoria per aumentare il legame affettivo, loro ti amano in cambio di nulla. Ed è una cosa meravigliosa…”

Sarà per questo che non esiste città dove sia passato Carmine Parlato, che non lo abbia amato e rispettato fin dal primo giorno. Il suo carisma la forza d’animo sono il suo marchio di allenatore e di uomo, anche quando correva dietro al pallone: “Mi sono sempre sentito allenatore. Sarà che da calciatore giocavo in difesa e quindi vedevo bene i movimenti della squadra e ogni azione. All’inizio però non ci pensavo. Poi il Presidente del Rovigo Scera, nel 2005, mi convinse a fare il salto in panchina. Ero titubante ma dovetti subito ricredermi e lo ringrazio ancora adesso per quella scelta. Vinsi subito il mio primo campionato di Serie D e da quel momento partì la mia carriera”.

Partito da Napoli 47 anni fa, ha girato l’Italia in lungo e in largo prima come calciare e poi come allenatore. Ha giocato e allenato in città difficili, in squadre affamate di vittorie (“se non giohi in certe squadre e con determinate pressioni, non puoi considerarti un giocatore vero”) ed in altre dove al contrario serviva la sua mano per risvegliare una passione ormai sopita. A Rovigo per esempio, dove Parlato riportò la squadra tra i Pro, fu l’unica persona capace di offuscare il mito del rugby, lo sport che praticano e amano nella cittadina veneta da oltre ottantaquattro anni. E per riuscirci non ha usato nessuno stratagemma ma ha fatto solo quello che sa fare meglio: costruire vittorie grazie al lavoro e al sudore sul campo. Lo Stadio “Gabrielli” con oltre 6000 spettatori nel giorno del “derby” contro la Spal, a Rovigo non l’hanno più dimenticato nonostante siano passati quasi dodici anni. Per accogliere tutti quei tifosi è stato addirittura necessario allestire due tribune supplementari dietro le porte e per motivi di ordine pubblico il Prefetto si vide costretto ad ordinare la trasmissione della diretta del match su Rai 3. Un delirio collettivo al quale la città di Rovigo era solitamente abituata solo quando il rugby giocava una finale scudetto. E questo accadde tante volte. Nel calcio invece era riuscito a creare questo entusiasmo solo Carmine Parlato: “Ho dei ricordi straordinari a Rovigo” – racconta l’ex tecnico dei biancoblù – “Eravamo abituati ad allenarci con gli anziani del posto che giocavano a carte al bar dello stadio e avevamo qualche centinaio di tifosi alle partite. Quella squadra invece riuscì a sovvertire tutti i pronostici e disputammo due stagioni straordinarie. Un gruppo di persone fantastiche a cui interessava solo fare bene sul campo e  lavorare”.

La storia di un uomo passa dai suoi gesti ma anche dalle sue vittorie.  Carmine Parlato è considerato “Mister Serie D”, grazie ai suoi successi a ripetizione nel “Campionato d’Italia”. Dal 2014 ad oggi, Parlato ha trionfato ininterrottamente allenando Rovigo, Pordenone, Padova e Rieti e riuscendo persino a togliersi la soddisfazione di vincere uno scudetto dilettanti con la compagine dei “ramarri” neroverdi: “Sono  orgoglioso di aver contribuito all’inizio dei successi della società del Presidente Lovisa. Vincere uno Scudetto dopo aver vinto anche il campionato, ha rappresentato per me il coronamento di un sogno”.

Ma come fa un tecnico così vincente e stimato ad allenare solo in Serie D? “Per me allenare in Serie D è un orgoglio, questo ci tengo a sottolinearlo” – sostiene Parlato – “Vorrei allenare in Serie B e se possibile anche Serie A, quello è il sogno di tutti quanti. So bene però che ci sono delle dinamiche particolari per arrivare a certi livelli. Non contano solo le vittorie o il campo, c’è qualcosa che va oltre e contano molto amicizie e curriculum. Io continuo a lavorare come ho sempre fatto, sicuro che la mia occasione potrebbe arrivare. Se non arriva, allora cercherò di dare sempre il massimo per questa categoria o in qualsiasi altra allenerò perchè penso che alla fine conti fare quello che si ama e io amo allenare. In Serie D o in Serie A, l’importante è farlo”. Lo scorso anno l’ex difensore campano ha riportato in Lega Pro il Rieti dopo 11 anni. Quest’anno ci sta riprovando a Latina, una piazza calda che conosce bene e dopo averla amata da calciatore prova a farlo anche da allenatore. Comunque vada a finire questo campionato, difficile che la tifoseria pontina non lo ricordi a lungo.

Se però gli domandi che sensazione si prova a regalare così tanti sorrisi, la risposta sarà sempre la stessa: “è più facile vincere quando trovi un gruppo di ragazzi straordinari e una società seria alle spalle. Io sono naturalmente orgoglioso per le mie vittorie ma soprattutto per aver reso felici tante persone e tanti ragazzi che magari non avevano mai visto la loro squadra giocare in campionati superiori. Sono un tecnico semplice perchè penso che il calcio sia semplice. L’obiettivo per tutti è quello di  fare goal. Lo puoi fare con sessanta passaggi in trenta metri oppure con quattro. Io preferisco l’ultima opzione, non mi piace rendere complicato un gioco che fa della sua semplicità la sua qualità migliore”.

Per un giovane che si affaccia al mondo del calcio, la storia di Carmine Parlato può essere solo da esempio. E’ la storia di un ragazzo prima e uomo poi, che faceva la vita da pendolare anche quando allenava. La famiglia prima di tutto: “Facevo base a Padova sia quando allenavo la Sacilese che il Pordenone. Mi piaceva viaggiare in treno dove leggevo, studiavo o ripassavo le situazioni di gioco. Era il mio ufficio itinerante e mi piaceva tornare sempre dalla mia famiglia”. Perchè un ragazzo che comincia a giocare a calcio, deve avere qualcosa di forte in cui credere per non cedere alle difficoltà: “A un giovane calciatore dico di non mollare mai, dico di sognare sempre e di credere in quello che vuole senza voltarsi  ai a guardare indietro. I momenti difficili si affrontano solo con la determinazione di voler arrivare al proprio obiettivo.

Si affrontano lavorando sodo ogni giorno e senza sentirsi mai arrivati. Ci sono grandi campioni che insegnano questo. Anche quando si vince si pensa sempre alla prossima vittoria. E così deve pensare un giovane calciatore. Deve pensare che la vita non ti regala mai niente, ma che sa essere generosa quando arriva il momento giusto”. Si dice che “una squadra è il riflesso del proprio allenatore: se lui l’allenerà amandola da impazzire, questa impazzirà per lui”. Allora abbiamo  capito perchè la storia di questa categoria passa per forza di cose tra le vittorie e le gesta di Carmine Parlato. I campi meno nobili e polverosi della Serie D, portano in dono delle storie fantastiche fatte di successi e di genuinità, di insegnamenti e di una continua rincorsa ai sogni. Questo è Carmine Parlato.                                           

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